Trump e Iran: tra modello Iraq e Venezuela, quale via per Teheran?

Pubblicato: 02/02/2026, 11:43:373 min
Scritto da
Maria Gloria Domenica
Categoria: Spettacolo
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Trump e Iran: tra modello Iraq e Venezuela, quale via per Teheran?

La fine del JCPOA e la strategia della pressione massima

L’8 maggio 2018 segna una svolta nei rapporti tra Washington e Teheran: Donald Trump ritira gli Stati Uniti dal JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015. La decisione ribalta la politica dell’amministrazione Obama, che puntava a contenere le ambizioni atomiche iraniane attraverso un dialogo sostenuto dall’Europa. Per Trump, il patto era “il peggior accordo della storia”, incapace di frenare il programma missilistico e l’espansionismo regionale di Teheran. Al suo posto, Washington lancia la “massima pressione”: sanzioni economiche senza precedenti, dal petrolio alla finanza, mirate a isolare il regime. L’obiettivo dichiarato è costringere l’Iran a negoziare un nuovo patto che includa anche gli alleati regionali statunitensi, primo tra tutti Israele. La strategia, però, ottiene risultati contraddittori. Se da un lato le sanzioni indeboliscono l’economia iraniana (il PIL crolla del 12% nel 2019), dall’altro rafforzano la linea dura a Teheran. Il governo incrementa l’arricchimento dell’uranio e attacca infrastrutture saudite, mentre l’assassinio del generale Qasem Soleimani nel 2020 innalza ulteriormente la tensione. L’Europa, intrappolata tra le sanzioni USA e il desiderio di salvare il JCPOA, fallisce nel creare canali alternativi.

Lezioni dall’Iraq e dal Venezuela: due modelli a confronto

L’amministrazione Trump valuta implicitamente due scenari per l’Iran. Il primo è il “modello Iraq”: un intervento militare diretto per cambiare il regime, come accaduto con Saddam Hussein nel 2003. Tuttavia, l’esperienza irachena – costata migliaia di vite e destabilizzante per l’intera regione – rende questa opzione impopolare sia a Washington che tra gli alleati. Il secondo è il “modello Venezuela”: una pressione economica e diplomatica costante per favorire un cambio di leadership dall’interno, sostenendo opposizioni locali come con Juan Guaidó. Teheran, però, non è Caracas. La Repubblica Islamica dispone di un apparato di sicurezza più coeso, un’ideologia radicata e alleati internazionali come Russia e Cina. Inoltre, la sua influenza in Siria, Yemen e Libano lo rende un attore regionale insostituibile. Le sanzioni, sebbene dolorose, non hanno prodotto fratture visibili tra le élite. Anzi, hanno spinto l’Iran a intensificare le relazioni con Pechino, firmando nel 2021 un accordo strategico venticinquennale.

L’asse Riyadh-Tel Aviv e l’incognita di un nuovo negoziato

La svolta più significativa della politica trumpiana verso Teheran è il riallineamento delle alleanze regionali. L’Arabia Saudita, un tempo guardata con sospetto per i legami con l’11 settembre, diventa un partner chiave grazie alla comune avversione all’Iran. Il principe Mohammed Bin Salman, sostenuto da Trump nonostante il caso Khashoggi, accelera il riavvicinamento a Israele, culminato negli Accordi di Abramo del 2020. Questo asse sunnita-ebraico rappresenta un contrappeso militare e diplomatico a Teheran, ma non risolve la questione nucleare. Con una possibile seconda amministrazione Trump, la domanda è se persisterà con la pressione massima o opterà per un negoziato “limitato”, magari incentrato solo sulle armi atomiche. Teheran, dal canto suo, ha dimostrato di saper resistere alle sanzioni, ma la crisi economica potrebbe costringerla a concessioni. La via più probabile resta un ibrido: pressioni calibrate, evitando la guerra aperta, mentre si aspetta un cedimento interno del regime. Brookings Institute: JCPOA dopo Trump Foreign Policy: Lezioni dal Venezuela Carnegie: Scenari post-Trump

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