L'ultima latitanza di Josef Mengele nel cinema di Serebrennikov

Pubblicato: 02/02/2026, 17:57:443 min
Scritto da
Maria Gloria Domenica
Categoria: Spettacolo
Condividi:
#serebrennikov #film #latitanza #uomo #josef mengele #cinema
L'ultima latitanza di Josef Mengele nel cinema di Serebrennikov

Dalla Storia allo Schermo: L'Adattamento di Guez

Kirill Serebrennikov affronta la figura di Josef Mengele, il medico nazista soprannominato "Angelo della Morte" per i suoi esperimenti disumani ad Auschwitz, nel film La scomparsa di Josef Mengele. Tratto dall'omonimo libro di Olivier Guez (Premio Renaudot 2017), la pellicola abbandona la ricostruzione storica diretta per esplorare i decenni di latitanza del criminale in Sud America, dal 1949 alla morte in Brasile nel 1979. Serebrennikov costruisce un ritratto claustrofobico, concentrandosi sulla dissoluzione fisica e psicologica di un uomo incapace di confrontarsi con la propria colpa. La regia evita sensazionalismi, privilegiando un realismo asciutto: le sequenze in Paraguay e Brasile mostrano un Mengele ridotto a sopravvivere in tuguri, sostenuto da una rete di complici nazisti mentre il mondo lo dimentica. Il film si distingue per la sua struttura non lineare, alternando flashback ambigui e allucinazioni che rivelano la frammentazione della coscienza del protagonista. Come nota una recensione di Variety, Serebrennikov usa metafore visive potenti – come l’ossessione di Mengele per i denti marci – per simboleggiare la corruzione morale irredimibile. La sceneggiatura, fedele al libro, enfatizza l’ipocrisia della sua fuga: mentre i sopravvissuti testimoniano l’orrore, lui si lamenta della solitudine e della povertà, senza mai nominare le proprie vittime.

Il Ritratto di un Carnefice: La Performance di August Diehl

August Diehl offre un’interpretazione magistrale, restituendo la complessità di un uomo in fuga dalla storia e da se stesso. Il suo Mengele non è il mostro caricaturale di certa filmografia, ma un anziano fragile e paranoico, tormentato da dolori fisici e dall’incubo di essere catturato. Diehl evita qualsiasi forma di empatia forzata: la sua recitazione è minimalista, concentrata su gesti ripetitivi (riordinare oggetti, controllare specchi) che tradiscono un controllo maniacale ormai svuotato di senso. La scena in cui, nascosto in una baracca, ascolta una radiocronaca del processo Eichmann, sintetizza l’isolamento esistenziale del personaggio: il mondo va avanti, la giustizia cerca i colpevoli, ma lui è già un relitto. Secondo The Hollywood Reporter, la forza del film risiede proprio in questa desolazione: non ci sono eroi o redenzione, solo la lenta agonia di un uomo che ha scelto di non pentirsi. La fotografia grigia e le inquadrature claustrofobiche amplificano la sensazione di un inferno interiore senza via d’uscita.

Ossa e Memoria: La Tangibilità del Male

L’incipit e l’epilogo del film creano un dialogo emblematico con la Storia. Nella scena iniziale, studenti brasiliani manipolano le ossa di Mengele in un’aula universitaria, oggetti anonimi che diventano prova anatomica del male. Il finale rivela, attraverso una didascalia, che i resti saranno identificati solo nel 1985 tramite DNA, chiudendo il cerchio tra passato e presente. Serebrennikov trasforma quelle ossa in un simbolo potentissimo: la materialità del crimine che sopravvive alla morte del colpevole, sfidando le tentazioni dell’oblio. Come sottolinea un’analisi di Corriere della Sera, il regista russo – noto per le sue battaglie contro la censura – usa Mengele per interrogare la memoria collettiva: cosa resta dei carnefici quando scompaiono? E come si tramanda la verità in un’epoca di revisionismi? Il film non offre risposte facili, ma costringe a guardare nella voragine: quella di un uomo che, fino all’ultimo respiro, ha creduto di essere innocente. Variety The Hollywood Reporter Corriere della Sera

Commenti

Caricamento commenti…