L’Italia, sotto il governo Meloni, ha deciso di votare sì al regolamento UE che immobilizza a tempo indeterminato gli asset russi, aprendo la strada a un possibile prestito per l’Ucraina. La mossa bypassa veti ungheresi e solleva dibattiti su rischi finanziari e legalità.
La decisione italiana e il contesto europeo
Il governo italiano ha sciolto la riserva e si è schierato a favore del regolamento UE che prevede il congelamento permanente degli attivi sovrani russi. Questa posizione emerge durante la votazione formale nel Consiglio dell’UE, in corso a Bruxelles, che si chiuderà nel pomeriggio. Dopo un iniziale silenzio, Roma ha ricevuto rassicurazioni che il testo si limita a mantenere gli asset immobilizzati, senza decidere sul loro utilizzo per un prestito di riparazione all’Ucraina. La mossa rappresenta un passo chiave per superare le minacce di veto da parte dell’Ungheria, che in passato ha bloccato il rinnovo semestrale delle sanzioni.
Il dibattito si inserisce in un accordo politico raggiunto ieri dagli ambasciatori dei Ventisette, che hanno optato per la maggioranza qualificata tramite l’articolo 122 del Trattato UE, legato alle emergenze economiche. Questo meccanismo evita l’unanimità e protegge il regime sanzionatorio da intoppi ungheresi. L’Italia, inizialmente prudente, ha valutato i pro e i contro, considerando l’impatto sulla stabilità finanziaria europea. La premier Giorgia Meloni ha sempre sottolineato la necessità di rispettare il diritto internazionale, ma le garanzie ricevute hanno convinto il governo a procedere. Ora, la palla passa ai capi di Stato e di governo nel Consiglio europeo del 18-19 dicembre per discutere l’effettivo impiego degli asset.
Questa evoluzione riflette una dinamica più ampia nell’UE, dove la pressione per sostenere Kiev cresce di fronte alle difficoltà di bilancio nazionali. L’immobilizzazione indefinita degli asset, stimati in circa 210 miliardi di euro, serve da base per meccanismi di finanziamento innovativi. Tuttavia, esperti avvertono sui rischi per la credibilità dell’euro come valuta rifugio, con possibili effetti a catena sui mercati. L’Italia, con la sua esposizione energetica passata verso Mosca, bilancia pragmatismo e cautela in questo scacchiere geopolitico-finanziario.
Il piano della Commissione e gli asset congelati
La Commissione UE ha proposto di immobilizzare definitivamente fino a 210 miliardi di euro di asset esteri russi, depositati principalmente presso Euroclear in Belgio. Di questi, 185 miliardi sono già bloccati sotto sanzioni rinnovate ogni sei mesi. Il nuovo regolamento proroga questo congelamento a tempo indeterminato, separando la questione dal dibattito sul prestito per l’Ucraina, inizialmente stimato in 90 miliardi nei prossimi due anni. L’obiettivo è finanziare la ricostruzione ucraina garantendo i fondi con i rendimenti degli asset, senza toccare il capitale principale.
Il meccanismo prevede che l’UE prenda in prestito i profitti generati dagli asset russi per erogare aiuti a tasso zero a Kiev, con obbligo di rimborso una volta che Mosca pagherà le riparazioni di guerra. La Commissione insiste che non si tratta di confisca, poiché la Russia mantiene un credito sui valori bloccati. Questa distinzione giuridica è cruciale per l’Italia, che ha sempre invocato il rispetto delle norme internazionali. Le autorità italiane hanno già congelato asset di oligarchi russi per 2,3 miliardi di euro, dimostrando capacità operative ma anche sensibilità ai principi di legalità.
Il piano solleva incognite tecniche: gestori di fondi temono uno squilibrio nel bilancio di Euroclear e un aumento del rischio politico percepito sugli asset in euro. Analisti prevedono richieste di ‘premi geopolitici’ più alti per titoli denominati in euro, potenzialmente indebolendo lo status della moneta unica. Nonostante ciò, diplomatici europei citano tre fattori favorevoli: rassicurazioni a investitori extra-UE, argomentazioni giuridiche sulla non-confisca e la mancanza di alternative per mobilitare risorse rapide nel 2026-2027.
Implicazioni finanziarie per l’Italia
Per l’Italia, il piano della Commissione implica un onere significativo: una garanzia finanziaria di 25,1 miliardi di euro, terza quota dopo Germania (52 miliardi) e Francia (34 miliardi). Queste garanzie coprirebbero eventuali perdite in caso di contenziosi legali da parte della Russia. Se adottato a maggioranza qualificata, l’Italia potrebbe dover contribuire bilateralmente con i Paesi favorevoli, aumentando la quota pro capite. Sette Stati, inclusi Polonia e Baltici, spingono per accelerare, esprimendo ‘forte sostegno’ alla Commissione.
La posizione italiana riflette una prudenza storica, motivata dall’esposizione commerciale ed energetica verso la Russia e dal desiderio di non compromettere la stabilità finanziaria europea. Meloni ha aperto a ‘ulteriori misure’ sui beni congelati, purché legali e compatibili con il sistema UE. Questo equilibrio deriva dal dibattito interno, dove si pesa il sostegno morale a Kiev contro rischi per i mercati. La grande stampa finanziaria vede il piano come potente ma rischioso, con effetti collaterali potenziali sul sistema bancario continentale.
In prospettiva, il prossimo summit europeo di dicembre valuterà il pacchetto di opzioni. L’Italia dovrà scegliere se mantenere la cautela o allinearsi a una traiettoria più aggressiva. Il quadro legale resta incerto, con la distinzione tra rendimenti e capitale principale al centro del confronto. Roma, con i suoi 2,3 miliardi già congelati, potrebbe influenzare il dibattito enfatizzando sostenibilità e credibilità europea.
Prospettive future e rischi globali
Ilnews.google.comcongelamento permanente bypassa le minacce di Viktor Orbán, che ha due volte rinunciato all’ultimo al veto sul rinnovo sanzioni. Agendo rapidamente prima del summit del 18-19 dicembre, l’UE separa immobilizzazione da finanziamento, lasciando ai leader la decisione sul prestito. Questo timing strategico rafforza la coesione tra i Ventisette, nonostante divergenze. L’Italia, convinta dalle rassicurazioni, vota sì ma monitora l’evoluzione, in linea con la sua linea pragmatica.
Sul piano internazionale, emerge un duello USA-UE sull’uso degli asset russi per la ricostruzione ucraina. Washington spinge per soluzioni rapide, mentre Bruxelles calibra aspetti giuridici. Gestori avvertono di un ‘fraintendimento’ dei mercati: il sequestro crea squilibri in Euroclear e rischia di erodere la fiducia nell’euro. Tre elementi mitigano: campagna verso investitori, tutela proprietà e necessità politica di risorse per Kiev.
In conclusione, la mossa italiana segna un punto di svolta, ma apre interrogativi su legalità e stabilità. Il Consiglio europeo deciderà sull’uso estensivo, con l’Italia chiamata a bilanciare solidarietà e prudenza. Il piano, se attuato, potrebbe mobilitare miliardi per l’Ucraina, ma richiede vigilanza per preservare l’integrità del sistema finanziario UE e globale.
