L'inizio del 2026 ha visto una serie di eventi geopolitici dirompenti che coinvolgono direttamente gli interessi strategici di Pechino, eppure la risposta ufficiale della Repubblica Popolare Cinese è stata caratterizzata da una sorprendente inerzia. Dalla rapida operazione statunitense che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas, alle crescenti turbolenze interne in Iran, Pechino sembra aver adottato una postura di osservazione cauta, nonostante le implicazioni dirette per i suoi investimenti e accordi energetici. Questa apparente immobilità non è sintomo di debolezza, ma riflette una complessa valutazione dei rischi e dei benefici in un contesto internazionale in rapida evoluzione, dove l'azione immediata potrebbe rivelarsi controproducente.
L'Ombra di Caracas e il Debito Energetico
Il caso del Venezuela è emblematico della posizione cinese. L'operazione americana che ha rimosso Maduro è avvenuta poche ore dopo un incontro tra un emissario cinese e il presidente venezuelano, un incontro sigillato da un gesto simbolico, la consegna di un cavallo di porcellana. La successiva cancellazione della foto dai canali ufficiali cinesi segnala un tentativo di prendere le distanze da un regime ormai caduto, minimizzando l'apparente complicità. Il Venezuela rappresenta un nodo cruciale per Pechino: un debito multimiliardario, coperto finora da forniture petrolifere che soddisfacevano circa il 5% del fabbisogno cinese. La perdita di questo flusso energetico è un danno economico certo, ma un intervento diretto contro l'azione statunitense in America Latina comporterebbe rischi diplomatici e militari sproporzionati. La Cina sta probabilmente calcolando se sia più vantaggioso accettare la svalutazione del prestito e cercare nuove vie per l'approvvigionamento, piuttosto che sfidare apertamente l'egemonia americana in un teatro sensibile. Le implicazioni del cambio di regime sono in fase di studio.
La Sfida Iraniana e le Tariffe Trump
Parallelamente, la situazione in Iran pone Pechino di fronte a un dilemma economico immediato. La minaccia di una tassa supplementare del 25% imposta da Trump a tutti i paesi che mantengono scambi commerciali con Teheran mette a rischio la convenienza economica degli accordi energetici cinesi con la Repubblica Islamica. Sebbene la Cina sia un acquirente fondamentale di petrolio iraniano, l'imposizione di dazi così onerosi potrebbe erodere i margini di profitto fino a rendere le importazioni insostenibili senza un accordo politico di alto livello. L'immobilità cinese in questo frangente suggerisce una strategia di "attendere e vedere", sperando che la pressione americana si allenti o che si possa negoziare un'esenzione settoriale. Reagire immediatamente con sanzioni o ritorsioni commerciali contro gli Stati Uniti potrebbe innescare una guerra commerciale più ampia, un costo che Pechino sembra voler evitare per il momento, concentrandosi sulla resilienza interna e sulla diversificazione delle rotte commerciali. L'impatto delle nuove tariffe è monitorato attentamente.
La Groenlandia e la Visione a Lungo Termine
Anche le tensioni emergenti nella regione artica, in particolare riguardo alla Groenlandia, rientrano in questa strategia di pazienza strategica. Sebbene meno urgenti degli eventi in Medio Oriente o Sud America, le dinamiche artiche sono fondamentali per il controllo delle future rotte marittime e l'accesso alle risorse. L'osservazione silenziosa di Washington in questi scenari permette a Pechino di raccogliere dati sulle intenzioni e le capacità di reazione degli Stati Uniti, mantenendo aperte tutte le opzioni future senza esporsi prematuramente. La politica estera cinese, in questo inizio d'anno, sembra privilegiare la raccolta di informazioni e la minimizzazione delle perdite immediate, piuttosto che l'affermazione assertiva di potere. Questa prudenza è un segno di maturità strategica, riconoscendo che l'attuale caos globale offre opportunità che si manifesteranno pienamente solo dopo che le polveri si saranno depositate. La pazienza come arma strategica.
