La Tunisia è proiettata a diventare il secondo produttore mondiale di olio d’oliva con 400mila tonnellate nel 2025/26, superando l’Italia grazie a condizioni climatiche favorevoli e accordi UE che facilitano le importazioni a dazio zero. Questo scenario sta causando tensioni sul mercato italiano, con prezzi in calo e critiche da Coldiretti.
Il sorpasso tunisino nella produzione mondiale
La Tunisia si prepara a un raccolto record di olio d’oliva per la campagna 2025/26, stimato intorno alle 400mila tonnellate secondo il rapporto Food Outlook della Fao. Questo volume la posizionerebbe come secondo produttore mondiale, subito dopo la Spagna, superando l’Italia che si attesta sulle 300mila tonnellate. Le abbondanti precipitazioni durante la stagione hanno favorito questa crescita esponenziale, confermando proiezioni indipendenti che indicano intervalli tra 400 e 500mila tonnellate, livelli potenzialmente storici per il paese nordafricano. Tale espansione produttiva riflette la resilienza del settore olivicolo tunisino, che copre circa il 40% del territorio agricolo nazionale.
In confronto, l’Italia affronta sfide climatiche e produttive che limitano il suo output. Storicamente tra i leader mondiali, il Belpaese vede ora la propria quota ridursi a causa di annate alterne, con Puglia come regione principale ma vulnerabile a siccità e speculazioni. Il bacino mediterraneo complessivo registra un aumento, ma il divario con la Tunisia si amplia, evidenziando come fattori meteorologici e politiche agricole possano ribaltare le gerarchie consolidate. Questo shift non è isolato, ma parte di una dinamica globale dove Spagna domina con oltre un milione di tonnellate, seguita ora da Tunisi che guadagna terreno rapidamente.
Le implicazioni per il mercato internazionale sono significative: la Tunisia, con il suo 13% dell’offerta globale prevista, rafforza la propria centralità nel Mediterraneo. Grecia e Turchia sono anch’esse superate, mentre l’Italia deve confrontarsi con una concorrenza agguerrita. Secondo dati Fao, questa previsione non solo conferma indiscrezioni locali ma segnala un cambio di paradigma, con potenziali effetti a catena su prezzi e commerci, spingendo gli operatori a rivedere strategie di approvvigionamento e diversificazione.
Accordi UE e importazioni a dazio zero
L’Unione Europea ha spalancato le porte all’olio tunisino attraverso l’Accordo di Associazione del 2016, ridefinito nel 2019, che prevede un contingente di 56.700 tonnellate annue esenti da dazi. Ora Tunisi propone un raddoppio a 100mila tonnellate, una mossa criticata da Coldiretti come ‘scelta suicida’. Nei primi nove mesi del 2025, le importazioni in Italia sono aumentate del 38%, contribuendo a un crollo dei prezzi dell’extravergine italiano di oltre il 20%. Questo meccanismo favorisce flussi massicci, esponendo i produttori nazionali a pressioni competitive insostenibili.
Il regime del ‘traffico di perfezionamento attivo’ agrava la situazione, permettendo l’ingresso senza dazi di olio destinato a riesportazione dopo lavorazione. Grandi gruppi industriali italiani ne approfittano per miscelare prodotto tunisino, aggirando le protezioni doganali e penalizzando i piccoli olivicoltori. Coldiretti Puglia denuncia speculazioni come il caso Borges, dove olio tunisino è stato spacciato per spagnolo per oltre 200 milioni di euro, evidenziando distorsioni di mercato che minano la trasparenza e la qualità percepita del prodotto italiano.
Le autorità europee devono bilanciare liberalizzazione commerciale e tutela dei settori agricoli sensibili. Proposte come il documento di trasporto elettronico per le olive, previsto dalla legge 206/2023, e la riduzione dei tempi di classificazione mirano a maggiore tracciabilità. Senza interventi, il raddoppio delle quote rischierebbe di inondare il mercato UE, comprimendo ulteriormente i margini per i produttori italiani già alle prese con costi elevati e volatilità climatica.
Impatto sul mercato italiano e prezzi in calo
l’arrivo massiccio di olio tunisino sta deprimendo i prezzi in Italia, con quotazioni sotto i 4 euro al litro che costringono gli olivicoltori a vendere al di sotto dei costi di produzione. Nel 2024, la siccità aveva spinto i prezzi all’origine oltre i 9 euro/kg, rendendo le importazioni necessarie per l’industria della miscelazione, ma ora l’abbondanza tunisina inverte la tendenza. L’Italia assorbe circa il 26% dell’export tunisino, confermando il suo ruolo di principale partner, ma questo flusso erode la redditività del settore nazionale.
La Tunisia ha introdotto un prezzo minimo di riferimento di 3.000 euro a tonnellata alla molitura, equivalente a circa 3,3 euro al chilo, per stabilizzare il mercato interno. Questa misura, pur protettiva per i produttori locali, si traduce in un prezzo export competitivo attorno ai 3.150 euro/tonnellata, minacciando le fasce medio-basse del mercato europeo. In Italia, Coldiretti e Unaprol denunciano una strategia aggressiva che comprime i margini, con effetti indiretti su un comparto interconnesso che include Spagna, Grecia e Turchia.
Il paradosso è evidente: mentre Tunisi protegge i propri cittadini e produttori con prezzi minimi, l’Italia vede industria e commercianti avvantaggiarsi del perfezionamento attivo, lasciando esposti i piccoli coltivatori. Report Ismea confermano la fragilità italiana, con necessità di olio estero per miscelazioni ma a scapito della produzione pura. Urge una politica di salvaguardia per riequilibrare la concorrenza e sostenere un settore vitale per l’economia agricola nazionale.
Strategie tunisine e prospettive future
Tunisi non si ferma alla produzione: il governo ha annunciato un comitato permanente e un piano d’azione entro il 2026 per integrare olio e turismo, coinvolgendo ministeri dell’Agricoltura e del Turismo insieme a enti come ONH e ONTT. l’obiettivo è trasformare il primato olivicolo in asset esperienziale, promuovendo agriturismo per destagionalizzare flussi e creare occupazione nelle regioni interne. Con il 40% del territorio agricolo dedicato agli ulivi, questa diversificazione rafforza la resilienza economica.
Per le imprese italiane, la Tunisia rappresenta il primo mercato di sbocco in Africa settentrionale, con esportazioni di olio che nel 2024 hanno raggiunto 281mila kg per 2,2 milioni di euro secondo dati Istat. Tuttavia, il boom produttivo tunisino inverte i flussi, con l’Italia che diventa importatore netto. Questa interdipendenza mediterranea richiede strategie bilaterali per evitare conflitti, come accordi su qualità e sostenibilità che valorizzino entrambi i comparti.
Guardando al futuro, l’UE deve rivedere gli accordi per prevenire squilibri. La produzione tunisina record offre opportunità di approvvigionamento ma impone misure di trasparenza e protezione. Per l’Italia, investire in innovazione, tracciabilità e mercati premium sarà cruciale per competere, mentre Tunisi consolida il suo ruolo globale puntando su volume e diversificazione. Un equilibrio tra liberalizzazione e salvaguardia delineerà il destino del Mediterraneo olivicolo.
