Un tribunale di Lima ha inflitto 17 anni di prigione a tre agenti per l'aggressione brutale subita da Azul Rojas nel 2008. La sentenza arriva dopo la condanna internazionale del Perù e rappresenta un passo verso la giustizia per le vittime transgender.
Il fatto choc del 2008
Nel 2008, a Casa Grande, sulla costa settentrionale del Perù, Azul Rojas, una donna transgender di 34 anni, fu arrestata senza motivo apparente da agenti di polizia. Invece di ricevere protezione, subì un'aggressione sistematica in un commissariato locale. I poliziotti la sottoposero a maltrattamenti fisici e psicologici estremi, culminati in uno stupro, motivato dal suo orientamento e identità di genere. Questo episodio non fu un caso isolato, ma rifletteva un contesto di discriminazione diffusa contro la comunità LGBT+ in Perù, dove le forze dell'ordine spesso agiscono con impunità. La vittima denunciò immediatamente i fatti, ma le indagini iniziali furono archiviate, lasciando Rojas senza giustizia per oltre un decennio.
La brutalità dell'attacco fu descritta in dettaglio dalla vittima: percosse con oggetti contundenti, umiliazioni verbali e violenze sessuali perpetrate da più agenti. Secondo testimonianze raccolte, gli aggressori la presero di mira esplicitamente perché 'apparteneva alla comunità LGBT+', come riconosciuto in seguito dalla Corte interamericana dei diritti umani. Rojas riportò lesioni gravi, traumi psicologici profondi e una sfiducia totale nelle istituzioni. L'episodio scatenò proteste locali e attirò l'attenzione di organizzazioni internazionali per i diritti umani, evidenziando le lacune nel sistema giudiziario peruviano riguardo ai crimini d'odio.
Le conseguenze immediate per Azul Rojas furono devastanti: isolamento sociale, problemi di salute mentale e difficoltà economiche. Nonostante ciò, la sua determinazione nel denunciare i fatti portò a un iter giudiziario prolungato. Questo caso esemplifica come la violenza contro le persone transgender sia spesso giustificata da pregiudizi istituzionali, con le forze di polizia che, invece di tutelare, diventano carnefici. Solo anni dopo, grazie a pressioni esterne, il caso fu riaperto, dimostrando l'importanza della resilienza delle vittime in contesti ostili.
