La cittadinanza affettiva, intesa come il sentirsi parte di una comunità, va oltre la mera formalità dello status giuridico. Questo concetto, discusso da Giacomo Lampredi il 31/03/2026, evidenzia la necessità di considerare le dimensioni relazionali e affettive nell'esperienza di appartenenza.
Oltre lo status: la cittadinanza come appartenenza vissuta
La cittadinanza viene spesso definita in termini formali, legata a documenti e diritti riconosciuti dallo Stato. Tuttavia, questa prospettiva trascura la complessità dell'esperienza concreta di appartenenza. Essere cittadini implica non solo possedere uno status, ma anche sentirsi parte di una comunità, essere riconosciuti e partecipare emotivamente alla vita collettiva. La cittadinanza è quindi una pratica quotidiana che unisce aspetti giuridici, relazionali e affettivi.
Ius affectus: dimensioni giuridiche e affettive
La cittadinanza può essere analizzata attraverso una dimensione formale e una vissuta. La prima riguarda le regole giuridiche che definiscono la nazionalità, mentre la seconda concerne l'esperienza concreta di appartenenza, costruita attraverso relazioni, riconoscimento e affetti. Queste due dimensioni non sempre coincidono, generando frizioni. È possibile essere cittadini legalmente ma esclusi nella pratica, o viceversa. La cittadinanza affettiva, o intima, come definita da Lampredi nel 2024, mette in luce i legami emotivi, le responsabilità reciproche e le forme di cura che creano il senso di appartenenza a un "noi". Appartenere significa, quindi, vivere relazioni, fiducia e coinvolgimento, non solo godere di diritti riconosciuti.
