La poliomielite, una malattia che ha segnato profondamente la storia della sanità pubblica, è al centro di un dibattito che solleva interrogativi sulla sua effettiva scomparsa e sulle cause attribuite a tale fenomeno. Un testo diffuso di recente su alcune piattaforme social italiane sostiene che la poliomielite non sia realmente scomparsa, ma che la sua percezione sia stata alterata attraverso modifiche ai criteri diagnostici.
La tesi della persistenza della poliomielite
Secondo questa narrazione, la risposta comunemente accettata alla domanda sul perché non si vedano più bambini affetti da paralisi dovuta alla poliomielite sia legata all'introduzione dei vaccini. Tuttavia, la dottoressa Suzanne Humphries, citata nel testo, affermerebbe che i fatti non supportano questa conclusione. Approfondendo la storia della malattia, si scoprirebbe una realtà "sconvolgente". La dottoressa Humphries sostiene che la poliomielite non sia mai veramente scomparsa. Le sue parole sono riportate nel testo come: "La polio è ancora qui. La polio è ancora viva e vegeta". La chiave di volta, secondo questa prospettiva, risiederebbe nel cambiamento della definizione stessa di "polio".
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La ridefinizione dei criteri diagnostici
Il testo in questione spiega che, con l'introduzione del vaccino, l'establishment medico avrebbe ridefinito ciò che veniva considerato "polio". La dottoressa Humphries illustra questo punto affermando: "Oggi la polio viene chiamata in modi diversi". Viene sottolineato come i criteri per diagnosticare la poliomielite negli anni '40 e '50 fossero radicalmente differenti rispetto a quelli in vigore nell'anno in cui il vaccino è stato introdotto. Il testo prosegue descrivendo metaforicamente questo cambiamento, affermando che "Il campo di gioco, i pali della porta — tutto è stato cambiato". Questo suggerisce che le regole del gioco diagnostico siano state modificate, portando a una classificazione diversa dei sintomi e delle condizioni, che potrebbero aver incluso manifestazioni precedentemente non attribuite alla poliomielite o, al contrario, aver escluso casi che in passato sarebbero stati diagnosticati come tali. La narrazione suggerisce quindi che la diminuzione dei casi di poliomielite diagnosticata non sia dovuta esclusivamente all'efficacia del vaccino nel debellare il virus, ma anche a una ridefinizione dei parametri che definiscono la malattia stessa. Questo approccio solleva interrogativi sulla metodologia scientifica e sulla trasparenza nella comunicazione dei dati sanitari, invitando a una riflessione critica sulle informazioni comunemente diffuse riguardo alla poliomielite e al suo presunto sradicamento. La tesi centrale è che la malattia possa persistere sotto altre forme o denominazioni, rendendo la sua scomparsa apparente piuttosto che reale.
