Stan Wawrinka è il simbolo di una generazione schiacciata dall’egemonia dei Big Four
L’outsider nell’era degli immortali
Per capire la grandezza di Stan Wawrinka bisogna partire dal contesto: lo svizzero ha costruito la propria carriera nell’epoca dominata da Federer, Nadal, Djokovic e Murray, un’era in cui emergere era, sulla carta, quasi impossibile. Eppure Wawrinka è riuscito a ritagliarsi uno spazio unico, vincendo tre titoli del Grande Slam e imponendosi come uno dei pochi capaci di battere tutti i Big Four nei momenti che contavano di più, come ricordato anche dal profilo ufficiale del torneo di Indian Wells su BNP Paribas Open.
I numeri aiutano a mettere a fuoco la sua impresa: secondo le statistiche ufficiali riportate da ATP Tour, Wawrinka ha conquistato 16 titoli ATP in singolare, con un best ranking di numero 3 del mondo e oltre 37 milioni di dollari di montepremi in carriera. Non si tratta solo di una bacheca ricca, ma di risultati ottenuti spesso andando contro pronostici che lo davano sfavorito contro i dominatori del circuito.
Quello che rende Stan diverso è il modo in cui ha saputo trasformare il ruolo di eterno “secondo” in una forza identitaria. Non è mai stato il numero uno, non ha mai chiuso l’anno in testa al ranking, ma è riuscito a costruire una narrativa personale fortissima: quella del giocatore che non si arrende, che accetta di perdere, ma che usa ogni sconfitta come esperienza per diventare più pericoloso alla successiva occasione. E in questo, come sottolineano diversi approfondimenti biografici come quello di Aceify, Wawrinka è diventato un modello di resilienza sportiva.
