Uno studio cinese rivela che i PFAS, sostanze chimiche persistenti, si diffondono attraverso il commercio globale del pesce, aumentando l'esposizione in aree come Nord America, Europa e Oceania. Analisi su 212 specie mostrano picchi in Arabia Saudita e Thailandia, con impatti sulla salute umana.
Il ruolo del commercio ittico nella diffusione dei PFAS
Il commercio internazionale del pesce sta amplificando la presenza dei PFAS, noti come sostanze 'eterne' per la loro persistenza ambientale. Uno studio cinese pubblicato su Science ha mappato le concentrazioni in 212 specie ittiche, rappresentando il 99% della produzione globale destinata al mercato.
Ricercatori hanno combinato modelli di reti trofiche marine, dati sulla pesca mondiale e misurazioni in 3.126 siti acquatici dal 2010 al 2021. Questo approccio ha evidenziato come il trasferimento di pesce da zone contaminate ridistribuisca i rischi su scala planetaria.
Nord America, Oceania ed Europa emergono come aree con i più alti livelli di assunzione giornaliera di PFAS tramite il consumo di pesce surgelato, complicando la gestione della sicurezza alimentare.
La mappa globale della contaminazione nei pesci
Livelli di PFAS superiori alla media si registrano in pesci da Arabia Saudita, Thailandia e costa orientale dell'Australia. Al contrario, Africa e Nord America mostrano valori più bassi, secondo la predizione modellistica dello studio.
Le specie marine ai livelli trofici superiori accumulano maggiori quantità di queste sostanze, bioaccumulandosi nella catena alimentare. Questo fenomeno rende i predatori apicali, come tonni e squali, vettori privilegiati di contaminazione.
La variabilità geografica riflette inquinanti industriali passati, ma il commercio ittico livella queste differenze, esportando rischi verso consumatori lontani dalle fonti primarie.
Esposizione umana e rischi per la salute
L'indice di rischio PFAS resta sotto la soglia di 1 nella maggior parte dei Paesi, ma supera tale valore in Groenlandia e Danimarca per l'alto consumo pro capite di pesce. Nei Paesi nordici, storicamente vicini alla produzione di queste sostanze, il pericolo è amplificato.
Il consumo medio di pesce influenza direttamente l'esposizione: aree con diete ricche di ittici, come l'Europa, registrano assunzioni elevate nonostante normative restrittive. Lo studio conferma la circolazione globale tramite questa via alimentare.
Effetti sulla salute includono potenziali interferenze endocrine e rischi oncogeni, rendendo urgente il monitoraggio continuo nei mercati internazionali.
Regolamentazioni e prospettive future
Dall'inizio degli anni 2000, Nord America ed Europa hanno ridotto la produzione di PFAS come il C8, con cali misurabili del 40-72% in diversi Paesi grazie a divieti e norme. Questo trend positivo si osserva nei dati recenti.
Intervenire sulle rotte di pesca e flotte potrebbe diminuire i quantitativi globali di PFAS nella catena alimentare. Lo studio suggerisce effetti rilevanti da politiche mirate sul commercio ittico.
Monitoraggi come quelli di Greenpeace nel Mar Baltico evidenziano superamenti locali, spingendo verso controlli HACCP e internazionali per mitigare i rischi persistenti.
