Il piano di Donald Trump di sfruttare le immense riserve petrolifere del Venezuela incontra ostacoli enormi: infrastrutture collassate, rischi politici persistenti e un mercato globale in surplus rendono l'idea irrealistica.
L'ambizione di Trump sul Venezuela
Donald Trump ha annunciato l'intenzione di inviare le grandi compagnie petrolifere americane in Venezuela per investire miliardi e rilanciare l'industria estrattiva, dopo l'intervento militare che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro. Il presidente USA vede nel paese latinoamericano un'opportunità per l'energy dominance statunitense, definendo il settore petrolifero locale un 'totale fallimento'.
Gli analisti stimano che la produzione attuale, intorno a 1,1 milioni di barili al giorno, potrebbe raddoppiare o triplicare con massicci investimenti, riportando il Venezuela ai livelli storici. Tuttavia, questa visione ottimistica ignora la realtà di un'infrastruttura gravemente danneggiata da anni di abbandono e sanzioni.
Le reazioni internazionali sono state immediate: ONG ambientaliste hanno criticato la mossa come 'sconsiderata', rilanciando l'appello a una transizione verso le energie pulite, mentre Pechino resta il principale acquirente del greggio venezuelano.
Le rovine del settore petrolifero venezolano
Il settore petrolifero del Venezuela è in collasso totale: pozzi obsoleti, raffinerie ferme e mancanza di personale qualificato richiedono investimenti multimiliardari per una ricostruzione. Pdvsa, la compagnia statale, fatica persino a esportare a causa di stock pieni e problemi logistici.
Il greggio venezuelano, viscoso e ricco di zolfo, si adatta bene alle raffinerie del Golfo del Messico, ma i costi di estrazione e trasformazione sono elevati. La storia di espropri passati da parte di Caracas scoraggia i nuovi ingressi, nonostante l'esenzione dalle sanzioni per alcune major come Chevron.
Chevron, già presente con il 20% della produzione locale, è l'unica Big Oil americana operativa, ma anche lei opera con cautela. Le altre compagnie esitano di fronte ai rischi di un regime ancora socialista e instabile.
Rischi politici e instabilità persistente
Nonostante la deposizione di Maduro, il Venezuela rimane un terreno minato politicamente: fazioni armate, corruzione endemica e tensioni regionali potrebbero sabotare qualsiasi piano di Trump. L'intervento USA è stato condannato come 'aggressione' da Maduro, alimentando resistenze locali.
Trump potrebbe usare l'Ofac per distribuire licenze di esportazione in cambio di investimenti dalle major, ma queste ultime chiedono garanzie e aiuti pubblici. La partita tra Casa Bianca e Big Oil si gioca su concessioni e favori, con mid-term elettorali all'orizzonte.
La sovranità violata del Venezuela evoca critiche globali, con accuse di neocolonialismo petrolifero. Analisti come Mohamad Safa sottolineano che le riserve più grandi al mondo non giustificano interventi militari.
Il mercato globale contro il piano USA
L'Aie prevede per il 2026 un surplus di offerta petrolifera di 3,85 milioni di barili al giorno, con prezzi bassi che disincentivano investimenti rischiosi. Un boom venezolano deprimerebbe ulteriormente i mercati, penalizzando i produttori.
Le major occidentali potrebbero incrementare la produzione di appena 300 mila barili al giorno, uno 0,3% mondiale irrisorio. Con la Russia sotto pressione e la Cina come acquirente chiave, il Venezuela non garantisce profitti rapidi.
In sintesi, pur con 300 miliardi di barili di riserve, il sogno di Trump rischia di evaporare di fronte a complessità economiche e geopolitiche, lasciando il Venezuela in un limbo di caos potenziale.
