Italia fanalino di coda: come uscire dalla trappola della crescita zero

Pubblicato: 04/01/2026, 20:46:566 min
Scritto da
Gaetano Logatto
Categoria: Cronaca
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Italia fanalino di coda: come uscire dalla trappola della crescita zero
Le previsioni Ue dipingono uno scenario critico, ma le leve per il rilancio economico esistono

L'Italia si ritrova tra le economie più deboli d'Europa con una crescita prevista dello 0,4% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026 e 2027. Mentre Bruxelles rivede al ribasso le stime, emergono però opportunità concrete legate agli investimenti, all'intelligenza artificiale e alla riforma strutturale dell'economia nazionale.

Il quadro critico: Italia in coda alla classifica europea

Le previsioni economiche d'autunno della Commissione europea dipingono un'Italia in seria difficoltà. La crescita del Pil è stata rivista al ribasso dallo 0,9% allo 0,8% per il 2026, mentre nel 2025 ci si attende un modesto +0,4%. Questi numeri posizionano il nostro Paese tra le economie più deboli dell'Unione, con un divario significativo rispetto alla media europea che cresce dell'1,5% e dell'area euro all'1,4%. La situazione diventa ancora più preoccupante guardando al 2027, quando l'Italia risulterebbe l'unico Paese dei Ventisette con una crescita inferiore all'1%, consolidando una posizione di fanalino di coda strutturale.

Il confronto con i principali partner europei evidenzia ulteriormente la fragilità dell'economia italiana. Mentre la Spagna cresce al 2% e la Germania al 1,2%, l'Italia rimane bloccata a ritmi di espansione che non garantiscono nemmeno il recupero dei livelli pre-crisi. Le esportazioni rappresentano uno dei punti critici, con un calo previsto dello 0,6% per i beni all'estero, mentre le importazioni crescono più velocemente, peggiorando il saldo commerciale. Questo squilibrio sottrae punti percentuali cruciali alla crescita complessiva del Pil.

Dietro questi numeri si nasconde una realtà strutturale complessa: l'occupazione continua a salire, ma più velocemente della produttività. Il risultato è un Paese che lavora di più senza crescere proporzionalmente, mentre altre economie europee sfruttano meglio la ripresa degli investimenti e il calo dell'inflazione. La produttività per addetto rimane il tallone d'Achille dell'economia italiana, un problema che non si risolve con le ricette tradizionali di politica economica.

I vincoli di Bruxelles e il deficit: il nodo da sciogliere

Il deficit pubblico italiano rimane una spada di Damocle sulle politiche economiche nazionali. Secondo le previsioni europee, il rapporto deficit/Pil dovrebbe scendere al 3% nel 2025, una soglia critica che determina l'uscita dalla procedura di infrazione. Tuttavia, il debito complessivo continua a crescere: il rapporto debito/Pil è stimato al 136,4% nel 2025, con un incremento previsto al 137,9% nel 2026. Questi vincoli riducono drasticamente lo spazio di manovra per politiche fiscali espansive che potrebbero stimolare la domanda interna e la crescita economica.

Il peso degli interessi sul debito rappresenta una pressione crescente sulle finanze pubbliche. Gli effetti residui di interventi passati, come il Superbonus, continuano a gravare sui conti dello Stato, limitando la capacità di investire liberamente in settori strategici. La Commissione europea mantiene una linea ristretta su qualsiasi allentamento dei vincoli di bilancio, costringendo il governo italiano a operare in uno spazio fiscale estremamente angusto. Questa situazione crea un circolo vizioso: meno risorse per gli investimenti pubblici significano meno stimolo alla crescita, che a sua volta riduce il gettito fiscale.

Nonostante questi vincoli, esiste una possibilità concreta di uscire dalla procedura di infrazione già nella primavera 2026 se il deficit scenderà effettivamente sotto il 3%. Questo rappresenterebbe un primo passo verso una maggiore autonomia decisionale, anche se il debito elevato continuerà a rappresentare un vincolo strutturale. La sfida consiste nel trovare modalità di crescita che non richiedano necessariamente un allentamento dei vincoli di bilancio, ma piuttosto una riconfigurazione degli investimenti verso settori ad alto potenziale di rendimento.

Le opportunità nascoste: Pnrr, intelligenza artificiale e investimenti privati

Nonostante il quadro critico, esistono leve concrete per il rilancio economico italiano. Gli investimenti pubblici e quelli in costruzioni non residenziali legati al Pnrr sono considerati il motore principale dell'espansione economica. Il dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza continua a finanziare progetti infrastrutturali che, se ben gestiti, possono generare effetti moltiplicativi sull'economia. La vera sfida consiste nel trasformare questi investimenti in crescita di produttività e competitività, non solo in spesa corrente.

L'intelligenza artificiale rappresenta una frontiera ancora largamente inesplorata dall'economia italiana. creditnews.it L'adozione dell'IA sta passando dalla fase di sperimentazione a quella di integrazione, con l'Italia che raggiunge un indice di 4 nell'AI Enthusiasm Index, a dimostrazione di come l'IA sia sempre più presente nelle agende del nostro Paese</a>. Questo dato suggerisce ampi margini di crescita per il futuro, soprattutto se le imprese italiane riusciranno a integrare queste tecnologie nei processi produttivi. Gli investimenti in IA potrebbero rappresentare il catalizzatore per una ripresa della produttività, il vero tallone d'Achille dell'economia nazionale.

Gli investimenti privati rimangono fondamentali per compensare i vincoli della spesa pubblica. Le imprese italiane, storicamente caratterizzate da una forte capacità di adattamento, potrebbero trovare nelle nuove tecnologie e nei nuovi mercati le opportunità per una crescita sostenuta. Il ruolo dello Stato dovrebbe concentrarsi sulla creazione di un ambiente favorevole agli investimenti, attraverso semplificazione burocratica e incentivi mirati, piuttosto che su interventi diretti di spesa che aumenterebbero il deficit.

Oltre i vincoli europei: una strategia nazionale di rilancio

La crescita economica italiana non può dipendere esclusivamente dalle decisioni di Bruxelles o dalle previsioni della Commissione europea. È necessaria una strategia nazionale che identifichi i settori ad alto potenziale di crescita e concentri gli sforzi su di essi. La manifattura italiana, nonostante le difficoltà, mantiene ancora una posizione di eccellenza in numerosi comparti, dalla moda all'automotive, dalle macchine utensili alla chimica. Investire in innovazione e sostenibilità in questi settori potrebbe generare una crescita endogena, meno dipendente dai cicli economici europei.

La questione della produttività rimane centrale. Mentre altri Paesi europei hanno saputo sfruttare la ripresa degli investimenti per aumentare l'output per addetto, l'Italia continua a crescere principalmente attraverso l'aumento dell'occupazione. Questo modello è insostenibile nel lungo termine e richiede un cambio di paradigma: investimenti in capitale umano, ricerca e sviluppo, e infrastrutture digitali devono diventare prioritari. Solo attraverso un aumento della produttività sarà possibile generare una crescita robusta e duratura, indipendentemente dai vincoli di bilancio.

Infine, è necessario riconoscere che il moralismo economico europeo, basato su vincoli rigidi e su una visione uniforme delle politiche economiche, potrebbe non essere la soluzione migliore per un'economia strutturalmente diversa come quella italiana. Questo non significa ignorare la disciplina fiscale, ma piuttosto trovare modalità innovative di crescita che non richiedono necessariamente un allentamento dei vincoli, ma una loro riarticolazione intelligente. L'Italia ha le risorse, le competenze e l'ingegno per farcela: ciò che manca è una visione strategica coerente e la capacità di implementarla con determinazione, al di là delle pressioni esterne.

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