Iran in Fiamme: Proteste contro il Carovita Infiammano il Paese

Pubblicato: 02/01/2026, 17:10:575 min
Scritto da
Redazione
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Iran in Fiamme: Proteste contro il Carovita Infiammano il Paese
Scontri, morti e slogan anti-governo: la crisi economica scuote la Repubblica Islamica

Le proteste contro l'inflazione galoppante e la svalutazione del rial continuano a diffondersi in Iran, con scontri fatali e chiusure forzate. Dai bazar di Teheran alle università, i manifestanti sfidano le autorità in un contesto di repressione e crisi profonda.

L'Esplosione delle Proteste a Teheran e Oltre

Le manifestazioni contro il carovita sono scoppiate il 28 dicembre 2025 nei bazar della capitale iraniana, dove i commercianti hanno abbassato le saracinesche in segno di protesta contro l'inflazione eccessiva e la svalutazione della moneta. Questo gesto simbolico ha rapidamente catalizzato il malcontento popolare, estendendosi da Teheran a città come Isfahan, Shiraz e Mashhad. Gli studenti universitari si sono uniti presto, trasformando una protesta economica in un movimento più ampio che contesta la stagnazione economica cronica del paese. Le autorità hanno risposto con chiusure anticipate di scuole e uffici pubblici, ufficialmente motivate dal freddo e dal risparmio energetico, ma analisti sospettano un tentativo di contenere le dimostrazioni.

Nei giorni successivi, gli scontri si sono intensificati, con manifestanti che hanno bloccato strade e occupato piazze pubbliche. A Teheran, le forze dell'ordine hanno disperso la folla con gas lacrimogeni, mentre video condivisi sui social media mostrano folle che scandiscono slogan contro il governo. Il movimento, inizialmente focalizzato sul caro-vita, ha assunto toni politici, con richieste di interventi governativi urgenti per arginare la crisi. La chiusura dei bazar, cuore pulsante dell'economia informale iraniana, ha amplificato l'impatto, paralizzando il commercio locale e attirando l'attenzione internazionale sulla fragilità del sistema economico.

La diffusione delle proteste riflette un malessere profondo: l'Iran affronta un'inflazione stimata oltre il 40% annuo, con il rial che ha perso gran parte del suo valore negli ultimi mesi. I commercianti, colpiti da rincari su beni di prima necessità, hanno guidato il dissenso, seguiti da operai e studenti. Questo scenario richiama precedenti ondate di contestazione, ma la rapidità di espansione suggerisce un punto di non ritorno per il governo, che fatica a gestire la rabbia popolare senza ricorrere alla forza.

Le Prime Vittime e la Repressione delle Autorità

Il primo gennaio 2026, gli scontri tra manifestanti e forze dell'ordine hanno causato sei morti nell'ovest dell'Iran, segnando le prime vittime letali delle proteste. A Azna, tre civili sono stati uccisi e 17 feriti durante un raduno degenerato in violenza, con accuse reciproche di aggressioni a commissariati e agenti. L'agenzia Tasnim ha riportato 30 arresti a Teheran per 'disturbo dell'ordine pubblico', mentre a Kouhdasht un agente Basij di 21 anni è morto difendendo un posto di polizia. Queste tragedie hanno inasprito il clima, con le milizie affiliate ai Guardiani della Rivoluzione in prima linea.

Le forze di sicurezza, inclusi i Basij, hanno usato gas lacrimogeni e manganelli per disperdere le folle, come documentato in città come Lordegan, dove due civili sono morti dopo lanci di pietre contro edifici pubblici. La tv di stato ha enfatizzato le perdite tra le forze dell'ordine, descrivendo i manifestanti come 'rivoltosi' che approfittano delle proteste per atti vandalici. Il governatore locale di Kouhdasht ha confermato 13 agenti feriti, alimentando la narrativa ufficiale di difesa dell'ordine pubblico contro elementi destabilizzanti.

La repressione non si limita agli scontri: il governo ha imposto un lungo fine settimana in 21 province su 31, chiudendo attività per 'motivi climatici'. Critici vedono in ciò una strategia per soffocare le manifestazioni, con minacce di crackdown più duri. Il Dipartimento di Stato USA ha espresso preoccupazione per intimidazioni e arresti, mentre l'Iran accusa interferenze esterne.

Slogan e Simboli: Dal Carovita alla Sfida Politica

I manifestanti non si limitano a reclamare sollievo economico: slogan come 'Morte al dittatore' e 'Né Gaza né Libano, la mia vita per l'Iran' echeggiano nelle piazze, secondo resoconti e video su media persiani. A Marvdasht e Mashhad, la folla ha invocato la fine della Repubblica Islamica, sventolando la bandiera pre-1979 con il Leone e il Sole, simbolo monarchico. Questi cori riflettono un'opposizione non solo al carovita, ma al regime stesso, con riferimenti storici alla dinastia Pahlavi.

Donne, attivisti per i diritti e studenti guidano il fronte, urlando 'Libertà' e contestando la leadership dell'Ayatollah Ali Khamenei. I media come Manoto e Iran International documentano queste espressioni, che mescolano demandas economiche a critiche politiche radicali. In Teheran, al Grand Bazaar, i commercianti hanno coniato frasi che legano inflazione e corruzione governativa, amplificando il dissenso attraverso i social.

Questi simboli uniscono generazioni: la bandiera imperiale evoca nostalgia per un'era pre-rivoluzionaria, mentre gli slogan anti-Khamenei puntano al cuore del potere teocratico. La protesta evolve da economica a esistenziale, sfidando l'ideologia del regime e aprendo scenari di instabilità profonda.

Contesto Economico e Prospettive Future

La crisi è radicata in un'economia asfissiata da sanzioni, inflazione e crollo del rial, con prezzi di beni essenziali alle stelle. I piccoli commercianti, primi a protestare, subiscono rincari su importazioni e sussidi ridotti, mentre l'inquinamento e il traffico aggravano la vita quotidiana a Teheran. L'aumento dei prezzi della benzina a fine 2025 ha acceso la miccia, in un paese dove il potere d'acquisto è crollato.

Le autorità affrontano anche incertezze interne: voci di malattia dell'Ayatollah Khamenei, 86enne, alimentano speculazioni su successori come Mojtaba Khamenei o Hassan Khomeini. I Guardiani della Rivoluzione spingono per linee dure, mentre riformisti cercano compromessi. Le proteste rischiano di paralizzare ulteriormente l'economia, con bazar chiusi e università ferme.

Guardando avanti, il governo potrebbe optare per concessioni economiche o repressione totale. Analisti prevedono escalation se le sanzioni USA e israeliane persistono, con Trump che minaccia ritorsioni. La sostenibilità del regime dipende dalla capacità di placare il malcontento senza cedere su riforme strutturali, in un 2026 che si apre con tensioni alle stelle.

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