L'ombra dell'Inquisizione climatica si allunga su Belém
Mentre la polvere della COP30 di Belém si deposita, emerge una nuova controversia che rischia di polarizzare ulteriormente il dibattito sul cambiamento climatico. L'iniziativa, promossa dall'UNESCO, dal governo brasiliano e dalle Nazioni Unite, denominata "Iniziativa globale per l’integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici", ha sollevato preoccupazioni riguardo alla libertà di espressione e al rischio di una vera e propria "Inquisizione climatica". L'obiettivo dichiarato è quello di combattere la disinformazione sul clima e promuovere informazioni accurate e basate su prove concrete. Tuttavia, i critici temono che questa iniziativa possa trasformarsi in uno strumento per silenziare voci dissenzienti e reprimere il dibattito scientifico. La Dichiarazione sull'integrità delle informazioni sui cambiamenti climatici impegna i firmatari a promuovere l'integrità delle informazioni a tutti i livelli e a creare quadri giuridici che la tutelino.
Un tribunale della verità sul clima?
Il timore principale è che l'iniziativa possa portare alla creazione di un vero e proprio "tribunale della verità" sul clima, dove le opinioni non allineate con il consenso scientifico dominante verrebbero censurate o addirittura punite. Questo scenario solleva interrogativi etici e legali fondamentali. Chi stabilisce cosa è "verità" e cosa è "disinformazione"? Quali saranno i criteri utilizzati per valutare l'accuratezza delle informazioni? Chi avrà il potere di giudicare e sanzionare? Queste sono solo alcune delle domande che rimangono senza risposta e che alimentano le preoccupazioni di chi teme una deriva autoritaria. Naomi Oreskes, storica della scienza e autrice di "Merchants of Doubt", ha evidenziato come in passato siano state utilizzate tattiche simili per screditare la scienza e manipolare l'opinione pubblica, ma ha anche sottolineato l'importanza di un dibattito aperto e trasparente per affrontare sfide complesse come il cambiamento climatico (Oreskes, N., & Conway, E. M. (2010). Merchants of Doubt: How a Handful of Scientists Obscured the Truth on Issues from Tobacco Smoke to Global Warming. Bloomsbury Publishing).
Parigi entusiasta, ONG in prima linea
L'entusiasmo mostrato da Parigi e da diverse ONG per questa iniziativa non fa che alimentare le preoccupazioni dei critici. Mentre da un lato si sottolinea la necessità di contrastare la disinformazione che mina gli sforzi per combattere il cambiamento climatico, dall'altro si teme che la "caccia al negazionista" possa degenerare in una repressione del dissenso e in una limitazione della libertà di espressione. L'equilibrio tra la necessità di informare correttamente il pubblico e il diritto di esprimere opinioni divergenti è delicato e complesso. La storia ci insegna che i tribunali della verità possono facilmente trasformarsi in strumenti di repressione ideologica, utilizzati per silenziare voci scomode e per imporre una visione unica della realtà.
Rischi per la libertà di espressione e il dibattito scientifico
La creazione di un'entità che si arroga il diritto di stabilire la "verità" sul clima rischia di soffocare il dibattito scientifico e di impedire l'emergere di nuove idee e prospettive. La scienza progredisce attraverso il confronto di idee, la critica e la messa in discussione delle certezze. Se si crea un clima di paura e di autocensura, si rischia di compromettere la capacità della scienza di affrontare le sfide del futuro. Come ha affermato Judith Curry, climatologa e fondatrice del Climate Forecast Applications Network, "la scienza del clima è complessa e incerta, e un dibattito aperto e onesto è essenziale per progredire" (Curry, J. A. (2011). Climate Change: No Consensus on Consensus. Wiley Interdisciplinary Reviews: Climate Change, 2(4), 647-672). La polarizzazione del dibattito e la demonizzazione delle voci dissenzienti non fanno che ostacolare la ricerca di soluzioni efficaci e condivise.
