L’Accoglienza al Porto
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, i marinai genovesi che attraccavano al porto di Massaua venivano accolti da scaricatori eritrei. Questi ultimi erano descritti con caratteristiche fisiche specifiche: ombre longilinee, zigomi affilati, teste che scintillavano di salsedine e sudore. Il clangore del cantiere navale e i vapori della zona facevano confondersi le voci degli scaricatori eritrei con quelle degli occupanti italiani, soprattutto quando soffiava il khamsin, il vento torrido che infiammava cielo e terra.
L’Uso del Termine “Gabibbu”
Una parola, annunciata con un’aspra acca, rimbalzava frequentemente nelle orecchie dei genovesi: “Habibi”, “Amato”. Questo era il nome di battesimo più comune nel porto di Massaua. Per i marinai italiani, ogni eritreo diventava “Gabibbu”, l’adattamento dialettale, in salsa zeneize, della patronimica locale.
Il Gabibbo come Termine Dispregiativo
Come accadde con i Mao-Mao in Kenya, i ribelli anticolonialisti e i Baluba in Congo, “Gabibbu” divenne un modo per appellare l’inciviltà e l’orda scalmanata. Questo termine, simile a come nelle città del Nord Italia si insultava il “terrone”, o nel Meridione distingueva i dabbene dagli altri, gli ineducati, gli ultimi.
