La violenza rigenerata e le sue vittime
Si assiste a una rigenerazione della violenza, descritta come crudele e "farabuttesca". Questa violenza, sebbene sempre presente, riemerge attraverso le parole, cariche di un fuoco e di una menzogna altisonante, che talvolta vengono paragonate al genocidio. Il culmine di questa escalation verbale e ideologica si manifesta nell'omicidio vigliacco, perpetrato con una tecnica linciatoria che viene definita "idealista". Vengono citati diversi episodi per illustrare questa dinamica. A Lione, in Francia, è avvenuto il caso di Quentin Deranque. In Italia, nel 1975, a Roma, vi fu il caso di Mikis Mantakas, e a Milano quello di Sergio Ramelli. Nel 1978, a Acca Larenzia, persero la vita Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Prima ancora, nel 1973, Stefano e Virgilio Mattei morirono nel rogo di Primavalle. Questi individui vengono definiti "martiri del fascismo", un'espressione utilizzata per nominare le cose e le persone "con il loro nome". Essi sono presentati come vittime degli "antifa", sia quelli del passato che quelli attuali. Il termine "antifa" viene descritto in modo fortemente critico, definendoli una "ignobile, abietta caricatura e deformazione morale e politica dell’epica antifascista storica". Vengono inoltre etichettati come una "marmaglia feroce" che ha guadagnato visibilità in diversi paesi europei. Questa emersione degli "antifa" viene associata al movimento filopalestinese e a tendenze antisemite, nonché all'ideologia vittimista dei centri sociali. I nomi dei "martiri fascisti" rappresentano, secondo l'autore, solo una parte dei giovani e dei bambini "trucidati" da quella che viene definita la "più infame reincarnazione della violenza anteguerra e squadristica". Questa violenza, tuttavia, si manifesta "sotto il segno consolatorio degli antifa". Il testo menziona anche Jean-Luc Mélenchon, suggerendo un suo coinvolgimento o una sua posizione in relazione a questi eventi e a queste dinamiche politiche. La frase si interrompe, lasciando intendere che ulteriori argomentazioni o esempi sarebbero stati presentati in merito al suo ruolo o alle sue dichiarazioni. La narrazione si concentra sulla contrapposizione tra la violenza descritta e le ideologie che la sottendono, con un'enfasi particolare sulla figura degli "antifa" e sulla loro presunta responsabilità nella morte di coloro che vengono definiti "martiri del fascismo".
L'ideologia vittimista e la sua espressione
L'analisi si sposta poi sull'ideologia che anima questi movimenti, identificata come "vittimista" e legata ai centri sociali. Questa ideologia, secondo l'autore, giustificherebbe o perlomeno accompagnerebbe la violenza che si manifesta. La violenza viene descritta come una rigenerazione, un ritorno di pratiche già esistenti ma che riaffiorano con nuove forme e giustificazioni. Le parole assumono un ruolo centrale in questo processo, diventando veicolo di un fuoco distruttivo e di una menzogna che viene definita "altisonante". La progressione da un discorso infuocato a un atto concreto di violenza è un tema ricorrente. L'omicidio vigliacco, la tecnica linciatoria "idealista", sono le conseguenze estreme di questa retorica. La scelta di definire "martiri del fascismo" le vittime sottolinea una precisa prospettiva storica e politica, che attribuisce a queste persone un ruolo di sacrificio in nome di un'ideologia. La critica agli "antifa" è netta e severa. Vengono descritti come una distorsione dell'antifascismo storico, una caricatura che ha perso la sua connotazione originaria per abbracciare forme di violenza e di radicalismo. La loro presenza in diversi paesi europei viene collegata a dinamiche internazionali, come il movimento filopalestinese e le sue implicazioni, che includono anche accuse di antisemitismo. L'ideologia vittimista, associata ai centri sociali, viene presentata come un terreno fertile per la radicalizzazione e per la giustificazione della violenza. Questa prospettiva crea un ciclo in cui le vittime di ieri diventano i carnefici di oggi, o almeno coloro che perpetuano una violenza simile, sebbene sotto un'etichetta diversa. La "marmaglia feroce" degli antifa viene contrapposta all'epica antifascista storica, evidenziando una presunta degenerazione dei valori e degli obiettivi. La conclusione parziale del testo suggerisce che figure politiche come Jean-Luc Mélenchon potrebbero essere parte integrante di questo dibattito, forse per le loro posizioni, le loro dichiarazioni o il loro presunto sostegno a determinate correnti di pensiero. L'intento è quello di collegare la violenza fisica a un quadro ideologico e politico più ampio, identificando nella sinistra europea un'indifferenza che permette a questa violenza di prosperare e di rigenerarsi. La narrazione mira a stabilire un legame diretto tra l'ideologia, la retorica e gli atti violenti, con un'enfasi particolare sulla figura degli "antifa" come agenti di questa violenza.
