La nave dell'energia e il divario sociale
La Karpowership, centrale elettrica galleggiante della compagnia turca Karadeniz, è ormeggiata nel porto di Freetown dal 2020 con lo slogan "power of friendship". Prometteva di risolvere la cronica carenza energetica della Sierra Leone, dove solo il 26% della popolazione ha accesso alla rete. La realtà ha però un volto duale: l'impianto da 65 MW alimenta principalmente i quartieri residenziali e commerciali della capitale, lasciando al buio oltre il 70% degli abitanti degli slum. Mentre le colline di Freetown brillano di luci serali, le periferie come Kroo Bay restano immerse nel buio, costrette a ricorrere a generatori diesel o lampade a cherosene. Il governo giustifica questa distribuzione selettiva con ragioni tecniche: "Le aree benestanti hanno reti elettriche preesistenti più facili da collegare", spiega il ministro dell'Energia Alhaji Kanja Sesay. Ma gli analisti evidenziano un calcolo economico: allacciare le baraccopoli richiederebbe investimenti infrastrutturali che renderebbero insostenibile il già controverso contratto con la Turchia. Intanto, la nave simbolo della "diplomazia energetica" di Ankara diventa il monumento di un apartheid elettrico.
Conti salati e bollette insostenibili
Il progetto da 40 milioni di dollari annui grava sul debito pubblico della Sierra Leone, classificata tra i Paesi meno sviluppati al mondo. Secondo la Banca Mondiale, il 60% della popolazione vive con meno di 1,90 dollari al giorno, mentre la tariffa elettrica è aumentata del 35% dal 2020. "Paghiamo bollette da Paese OCSE per un servizio intermittente", denuncia Mary Kamara, commerciante nel centrale quartiere di Lumley. Le famiglie connesse spendono fino al 20% del reddito mensile per l'elettricità, spesso razionata a 12 ore giornaliere. L'accordo ventennale con Karadeniz prevede pagamenti in dollari, esponendo Freetown alla volatilità valutaria. Nel 2022, la svalutazione del leone sierraleonese ha fatto lievitare del 18% i costi energetici. "È un debito insostenibile che sottrae risorse a scuola e sanità", accusa Abdul Fatoma di Campaign for Human Rights Development. La stessa Banca Mondiale ha sollevato dubbi sulla sostenibilità del progetto, suggerendo investimenti in micro-reti solari per le aree rurali.
Proteste e domande sul futuro
Nelle scorse settimane, gruppi della società civile hanno organizzato sit-in davanti alla centrale galleggiante, definendola "strumento di neocolonialismo energetico". "Perché non investire nelle nostre risorse idroelettriche invece di dipendere da navi straniere?", chiede Emmanuel Saffa Abdulai dell'ONG Society for Democratic Initiatives. Il governo replica citando la necessità di soluzioni immediate, mentre la Karpowership difende il proprio operato: "Abbiamo portato energia a 250.000 persone e creato 200 posti lavoro locali", afferma il comunicato ufficiale. Al di là delle polemiche, il caso di Freetown solleva interrogativi globali sul modello delle centrali galleggianti, proposte in 20 Paesi africani. Mentre Ghana e Senegal hanno rinegoziato contratti ritenuti svantaggiosi, la Sierra Leone valica il suo paradosso: un Paese ricco di diamanti, bauxite e risorse idriche, dove l'energia resta un privilegio per pochi. HuffPost Italia Banca Mondiale Karpowership Comunicati
