Le schegge, frammenti di legno, vetro o metallo che penetrano nella pelle, sono infortuni banali solo in apparenza. L’epidermide e il derma ospitano migliaia di recettori del dolore, rendendo anche una minuscola scheggia un’esperienza straordinariamente acuta. Uno studio del Journal of Emergency Medicine conferma che il 78% dei casi provoca disagio sproporzionato rispetto alle dimensioni del corpo estraneo, con picchi di sensibilità nelle mani e nei piedi. La mancanza di ricerca sistematica sulle tecniche di rimozione – evidenziata già nel 2004 da una revisione della British Medical Association – lascia ancora oggi medici e pazienti in un limbo di approssimazione.
Rimuovere una scheggia: tecniche sicure e rischi evitabili
La priorità è estrarre il frammento prima che causi infezioni o danni tissutali. Disinfettare la zona con acqua ossigenata e utilizzare pinzette sterilizzate (non aghi) è la procedura raccomandata dall’Istituto Superiore di Sanità. Se la scheggia è profonda o vicina a un’articolazione, è essenziale rivolgersi a un professionista: tentativi fai-da-te possono frantumare il materiale o spingerlo più in profondità. Curiosamente, un’analisi del 2025 su The Lancet ha documentato casi di granulomi cronici sviluppati da schegge non rimosse correttamente, con tempi di guarigione fino a 6 mesi.
Prevenzione: piccoli accorgimenti, grandi risultati
Indossare guanti durante attività a rischio (giardinaggio, lavori manuali) riduce l’esposizione del 62%, secondo dati Inail. Per chi lavora con materiali friabili, l’uso di creme barriera idrorepellenti crea uno strato protettivo sull’epidermide. Fondamentale anche controllare periodicamente attrezzi e superfici: schegge di metallo ossidato, ad esempio, hanno un rischio infettivo 3 volte superiore a quelle di legno fresco, come riporta l’Centers for Disease Control and Prevention. Istituto Superiore di Sanità Centers for Disease Control and Prevention
