Un versante fragile: l’eredità delle argille plioceniche
La frana che interessa la collina di Niscemi non è un “cedimento improvviso”, ma l’espressione di una fragilità geologica antica. L’area è costituita prevalentemente da argille plioceniche, deposte tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa, associate a marne, argille sabbiose e, in profondità, livelli gessosi ed evaporitici. Le argille sono materiali finissimi, con pori minuscoli: l’acqua vi penetra lentamente, ma una volta entrata tende a restare a lungo. Da qui nasce la loro doppia natura: apparentemente compatte e “impermeabili”, ma in realtà capaci di assorbire e trattenere grandi quantità d’acqua. Al microscopio, i minerali argillosi (smectiti, illiti, caoliniti) mostrano una struttura lamellare. Tra queste lamelle si inseriscono molecole d’acqua, che ne aumentano il volume e ne riducono la resistenza al taglio. Quando le piogge sono persistenti, lo strato argilloso si imbibisce, la pressione dell’acqua nei pori cresce e il terreno passa da rigido a plastico, scivolando lungo superfici di debolezza preesistenti, spesso in corrispondenza dei contatti con le marne o con livelli gessosi. Il movimento può essere lento, millimetri o centimetri all’anno, ma progressivo: crepe nell’asfalto, muri fessurati, deformazioni delle condotte sono i sintomi di un versante che da tempo ha iniziato a muoversi.
Pioggia, opere umane e un equilibrio che si rompe
In questo quadro già delicato, il clima gioca un ruolo decisivo. Non è tanto l’intensità di un singolo rovescio, quanto la durata delle precipitazioni a destabilizzare i versanti argillosi. Episodi piovosi ravvicinati impediscono al terreno di drenare l’acqua assorbita: strato dopo strato, l’imbibizione raggiunge la profondità critica dove si localizza la superficie di scivolamento, e la frana accelera. In Sicilia centro-meridionale, l’alternanza di siccità prolungate e piogge intense, legata anche alla variabilità climatica recente, accentua questi cicli di rigonfiamento e ritiro delle terre.
