Il recente e tragico ritrovamento del corpo dell'allieva maresciallo Beatrice Belcuore presso la Scuola Marescialli e Brigadieri di Firenze, avvenuto il 22 aprile 2024, ha riacceso i riflettori su un fenomeno doloroso e spesso sottovalutato: il suicidio nelle forze armate e di polizia. La giovane vita spezzata, venticinquenne al secondo anno di formazione, si è conclusa nell'ambiente che avrebbe dovuto rappresentare la sua realizzazione professionale, lasciando dietro di sé solo l'arma d'ordinanza e un vuoto comunicativo. Il silenzio che ha avvolto la sua scomparsa, amplificato dalla richiesta di riserbo dei familiari e dalla stringatezza dei comunicati istituzionali, riflette una dinamica più ampia: la tendenza a trattare questi eventi come incidenti isolati, tragedie personali slegate dalla struttura organizzativa. Si addestra il personale a fronteggiare minacce esterne, a mantenere una disciplina ferrea e un contegno inattaccabile, ma si trascura la formazione necessaria per intercettare i segnali di cedimento psicologico interno, quei "silenzi" che precedono l'atto estremo. La divisa, simbolo di forza e protezione, diventa paradossalmente una corazza che impedisce di chiedere aiuto, mascherando il disagio sotto il peso dell'onore e del dovere.
La Cultura del Non Detto e la Crisi di Identità
La frequenza con cui episodi simili si ripetono, spesso con dinamiche analoghe – l'arma di servizio come strumento finale – suggerisce che il problema non risiede solo nella vulnerabilità individuale, ma in una cultura istituzionale che premia la resilienza a tutti i costi. Nelle forze dell'ordine, l'espressione di fragilità emotiva è spesso percepita come una debolezza incompatibile con il ruolo di garante della sicurezza altrui. Questo clima genera una pressione implicita a "tenere duro", trasformando la caserma in un luogo dove il supporto psicologico formale fatica a penetrare la barriera del pregiudizio interno. La transizione tra vita civile e rigore militare, unita a turni estenuanti e alla costante esposizione a situazioni stressanti, erode le risorse emotive senza offrire canali di sfogo adeguati. Quando la vita professionale assorbe completamente l'identità, il fallimento o la semplice difficoltà personale vengono vissuti come un tradimento del giuramento, rendendo il suicidio l'unica via d'uscita percepita per preservare l'onore della divisa, anche nella sua assenza.
L'Urgenza di un Protocollo di Ascolto Strutturato
La risposta istituzionale a queste morti non può più limitarsi al cordoglio formale e alla rapida archiviazione mediatica. È fondamentale che le Forze Armate e di Polizia investano in un cambiamento culturale profondo, che vada oltre la mera presenza di uno psicologo di base. Servono protocolli di debriefing obbligatori e non stigmatizzanti dopo eventi critici, e una formazione continua per i superiori sulla gestione del benessere psicologico dei sottoposti, insegnando loro a riconoscere e gestire i segnali di allarme. Il silenzio della divisa non deve più essere la norma; deve essere sostituito da un ambiente dove la richiesta di aiuto sia vista come un atto di responsabilità, non di debolezza. Solo attraverso il riconoscimento sistemico del costo umano del servizio si potrà sperare di spezzare questa catena di lutti silenziosi che macchiano le uniformi italiane.
