Salame Vegano Sì, Burger No: Il Paradosso Ministeriale Italiano

Pubblicato: 11/01/2026, 08:49:345 min
Scritto da
Maria Gloria Domenica
Categoria: Lifestyle
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Salame Vegano Sì, Burger No: Il Paradosso Ministeriale Italiano

L'Inattesa Apertura sul Salame Vegetale

Il panorama normativo italiano relativo alle denominazioni dei prodotti alimentari sta vivendo un momento di notevole e inattesa ambiguità, soprattutto se messo a confronto con la strenua battaglia che il Governo sta conducendo a livello europeo per proteggere i nomi tradizionali della carne. Mentre si spinge per vietare l'uso di termini come "burger" o "salsiccia" per gli analoghi vegetali, un recente decreto interministeriale ha involontariamente aperto una breccia significativa per il "salame" a base vegetale. Il Decreto 8 agosto 2025, emanato congiuntamente dai Ministeri delle Imprese e del Made in Italy e dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, disciplina infatti i salumi in modo da creare una singolare eccezione. L'articolo 17, comma 2, stabilisce che la definizione di "salame" non impedisce l'uso di denominazioni riferite a prodotti di natura diversa, purché non vi sia rischio di confusione con i salumi tradizionali. Questa formulazione, apparentemente tecnica, ha generato un cortocircuito logico evidente agli occhi degli osservatori del settore, come evidenziato da Roberto Pinton sul suo profilo LinkedIn. L'effetto pratico di questa disposizione è che, mentre i produttori di burger vegetali continuano a navigare in un mare di incertezze normative e pressioni politiche per la modifica delle etichette, il salame vegetale sembra aver ottenuto, seppur per vie traverse, una sorta di legittimazione terminologica. L'intenzione originaria del decreto, secondo le analisi di settore, non era affatto quella di favorire le alternative plant-based, ma piuttosto di salvaguardare prodotti di nicchia legati a tradizioni regionali specifiche. Si pensi, ad esempio, al salame di capra, di pecora o, in alcune aree, persino di cavallo o d'oca, prodotti la cui identità potrebbe essere stata messa a rischio da una regolamentazione troppo restrittiva sui salumi in generale. Tuttavia, la formulazione adottata si è rivelata troppo ampia, creando un precedente inaspettato che contrasta con la linea dura adottata contro i "falsi" prodotti a base vegetale.

La Discrepanza tra Burger e Salame Vegetale

Il contrasto tra il trattamento riservato al burger vegetale e quello riservato al salame vegetale evidenzia una profonda incoerenza nell'approccio ministeriale alla filiera agroalimentare e alla sua evoluzione. La battaglia contro i nomi della carne per i prodotti plant-based è guidata dalla tutela del consumatore e della tradizione italiana, pilastri su cui si fonda gran parte della politica agricola attuale. L'Unione Europea è stata sollecitata a intervenire per impedire che etichette come "salsiccia vegetale" possano ingannare l'acquirente medio, spingendo verso una netta separazione terminologica. In questo clima di rigore, l'apertura inaspettata sul salame vegetale appare come una svista regolamentare di notevole portata, che mina la coerenza della posizione governativa. Questa discrepanza solleva interrogativi sulla reale priorità del Ministero dell'Agricoltura: proteggere la tradizione o promuovere un mercato alimentare omogeneo? Se l'obiettivo primario è evitare la confusione, la norma che permette l'uso del termine "salame" per prodotti non carnici, purché non confondibili, sembra applicare un criterio meno severo rispetto a quello richiesto per i burger. Gli operatori del settore plant-based, che investono significativamente in ricerca e sviluppo per creare alternative sempre più fedeli, si trovano ora di fronte a un quadro normativo che premia involontariamente una denominazione (salame) considerata più "vicina" alla carne rispetto ad altre (burger). È fondamentale analizzare come questa ambiguità influenzerà le future decisioni legislative e le strategie di etichettatura, specialmente considerando le linee guida ufficiali del Ministero.

Implicazioni per il Mercato e la Sovranità Alimentare

L'introduzione di questa "zona grigia" normativa ha immediate ripercussioni sul mercato e sulla percezione della sovranità alimentare italiana. Se da un lato si cerca di difendere l'identità dei prodotti DOP e IGP, dall'altro si lascia spazio a interpretazioni che potrebbero favorire l'ingresso di prodotti vegetali che utilizzano denominazioni storiche. Per le aziende che producono salumi tradizionali, questa apertura potrebbe rappresentare un rischio di diluizione del marchio, anche se il decreto tenta di mitigarlo con la clausola di non confondibilità. Tuttavia, la soglia di "confondibilità" è spesso oggetto di interpretazione e contenzioso legale, come si evince dalle discussioni in seno alle associazioni di categoria, tra cui Coldiretti. Inoltre, questo episodio mette in luce la difficoltà di legiferare in un settore in rapida evoluzione come quello alimentare, dove l'innovazione tecnologica supera spesso la capacità del legislatore di anticipare le conseguenze delle proprie norme. La sovranità alimentare, concetto caro al Ministero, non riguarda solo la produzione interna, ma anche la capacità di definire e proteggere il proprio patrimonio gastronomico. L'accettazione implicita del "salame vegetale" tramite un decreto focalizzato su altri aspetti rischia di indebolire la posizione negoziale italiana in Europa, dove si lotta per standard uniformi e rigorosi contro l'uso improprio delle denominazioni legate alla carne. È probabile che questo "cortocircuito" richieda un intervento correttivo rapido per ristabilire una coerenza tra le politiche promosse a livello nazionale e quelle sostenute in sede comunitaria, come riportato anche da testate specializzate in notizie agroalimentari.

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