Le nuove proteste in Iran
L’incendio del palazzo governativo: un segnale politico forte
Le immagini dell’edificio del governo avvolto dalle fiamme nel centro di Teheran hanno fatto rapidamente il giro del mondo, diventando uno dei simboli più potenti dell’attuale ondata di proteste in Iran, come documentato da servizi di emittenti internazionali e media italiani tra cui Tgcom24. Il rogo non rappresenta solo un episodio di vandalismo, ma viene letto da molti analisti come la manifestazione estrema del rifiuto dell’autorità centrale, percepita come distante e incapace di rispondere alle esigenze della popolazione. Nel contesto di un Paese abituato a controlli serrati e a una forte presenza delle forze di sicurezza, arrivare a colpire un simbolo diretto del potere statale segna un salto qualitativo nella contestazione.
Secondo diverse ricostruzioni, l’incendio si inserisce in una notte di scontri diffusi, con manifestazioni simultanee in più quartieri della capitale e in varie città di provincia, dove sarebbero stati dati alle fiamme altri edifici pubblici e veicoli delle forze dell’ordine, come riportato anche da Agenzia Nova. Le autorità parlano di “vandali” e di “nemici dell’ordine”, mentre i manifestanti sostengono di reagire a decenni di repressione, corruzione e crisi economica. La distanza narrativa tra la versione del governo e quella delle piazze contribuisce ad alimentare la radicalizzazione, riducendo ulteriormente lo spazio per un dialogo politico.
La scelta di colpire un edificio governativo ha inoltre un forte valore simbolico sul piano interno: in un sistema politico fondato sulla centralità della guida religiosa e delle istituzioni della Repubblica islamica, l’assalto ai luoghi del potere è percepito come una sfida diretta all’assetto istituzionale. Allo stesso tempo, sul piano internazionale, le immagini dell’incendio rafforzano la percezione di un regime in difficoltà nel contenere il dissenso e di una società civile sempre più disposta a correre rischi elevati per farsi ascoltare, come sottolineano diversi analisti citati da testate quali L’Unione Sarda.
