Il caso di Edon Zhegrova
Il caso Zhegrova: quando la pubalgia non ti lascia più
La vicenda di Edon Zhegrova mostra in modo plastico come una “semplice” pubalgia possa stravolgere i piani di un talento nel pieno della carriera. Come ricostruito da un approfondimento della Gazzetta dello Sport, l’esterno kosovaro è stato costretto a fermarsi a fine 2024 per un dolore inguinale sempre più limitante, inizialmente gestito in modo conservativo e poi affrontato con un intervento chirurgico. Il rientro, previsto in primavera, è slittato più volte a causa di ricadute e di una condizione fisica mai del tutto stabile.
Anche dopo il trasferimento in un nuovo club, Zhegrova ha faticato a trovare continuità, con minutaggi ridotti e gestione estremamente prudente da parte dello staff tecnico e medico. L’ala è spesso rimasta in panchina o è stata impiegata per scampoli di partita, proprio per evitare di stressare troppo la zona pubica ancora sensibile, come riportato dai resoconti sul suo utilizzo stagionale. Nonostante lampi di classe e qualche prestazione decisiva, l’autonomia limitata è rimasta un problema centrale nella sua gestione.
Secondo quanto spiegato dal dottor Fabrizio Tencone, specialista in medicina dello sport e direttore del centro Isokinetic di Torino, intervistato dalla Gazzetta dello Sport, la pubalgia nel calcio è particolarmente subdola perché coinvolge una regione anatomica in cui convergono forze muscolari molto potenti: adduttori, addominali, flessori dell’anca. Questo rende il recupero lento e pieno di trappole, specie se l’atleta torna in campo prima di aver recuperato completamente forza, mobilità e controllo del gesto tecnico.
