Il giorno dell’interrogatorio dei Moretti rappresenta uno snodo simbolico nella storia giudiziaria della mafia foggiana: alla richiesta «Volete chiedere scusa? gli imputati scelgono il silenzio. Questo articolo ricostruisce il contesto del processo
L’interrogatorio dei Moretti: una scena emblematica
Quando, in aula, risuona la domanda «Volete chiedere scusa?, il silenzio dei Moretti non è solo una scelta personale ma un gesto carico di significati. È il momento in cui un clan storicamente legato alla mafia foggiana, come documentato dalla relazione parlamentare sulla criminalità organizzata che cita tra gli esponenti di spicco anche Rocco Moretti, si trova costretto a confrontarsi pubblicamente con le proprie presunte responsabilità.
Il quadro processuale che fa da sfondo a questo interrogatorio è quello dei grandi procedimenti contro la cosiddetta “società foggiana”, nei quali il clan Moretti-Pellegrino-Lanza è spesso indicato come uno dei protagonisti. In precedenti giudizi, la stampa locale ha riportato scontri verbali in aula tra gli imputati e i collaboratori di giustizia, come nel processo “Game Over”, dove il figlio del capoclan si è confrontato duramente con un pentito secondo La Gazzetta del Mezzogiorno. In quel contesto, il silenzio odierno appare ancora più significativo.
La domanda sulle scuse, in Italia, ha un valore che va oltre la semplice formalità: si intreccia con i temi del pentimento, della responsabilità morale e del riconoscimento delle vittime. Le principali inchieste giornalistiche sulla mafia foggiana sottolineano come i Moretti siano stati a lungo percepiti come un clan capace di esercitare un controllo capillare sul territorio, con affari che spaziavano dall’usura al traffico di droga, come ricostruito anche da approfondimenti su beni sequestrati al boss in servizi della stampa locale.
