La narrazione ciclica del "Crollo Imminente"
L'Iran è da decenni un palcoscenico geopolitico dove la narrazione del crollo imminente del regime si ripresenta con una cadenza quasi rituale. Ogni ondata di malcontento, che affonda le radici in crisi economiche profonde o in esplosioni sociali represse, viene immediatamente interpretata da analisti esterni come il preludio inevitabile alla fine della Repubblica Islamica. L'ultima grande ondata, quella scaturita nell'autunno del 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini e al movimento Donna Vita Libertà, ha visto l'opposizione interna e parte della diaspora definire l'evento una vera e propria rivoluzione. Sebbene quel movimento abbia innegabilmente segnato un punto di non ritorno nella consapevolezza culturale e sociale, specialmente riguardo ai diritti delle donne e alla disobbedienza civile, non ha prodotto il rovesciamento strutturale del potere teocratico. Oggi, nuovi focolai di protesta, spesso innescati da dinamiche economiche, riaccendono questa narrazione. Le recenti manifestazioni partite dal Bazar di Teheran, dove i commercianti hanno protestato contro la svalutazione record del Rial rispetto al Dollaro, sono l'esempio lampante di come il disagio economico si trasformi rapidamente in un potenziale innesco politico, riportando gli osservatori negli schemi interpretativi già noti.
Dalle Piazze al Mercato: L'Economia come Benzina della Rivolta
Il cuore pulsante della protesta iraniana spesso risiede nella sua economia fragile, cronicamente afflitta da sanzioni internazionali e da una gestione interna inefficiente. Le proteste dei bazaristi non sono un fenomeno nuovo; storicamente, i mercanti e i bazar hanno rappresentato un baricentro di potere economico e, talvolta, di opposizione politica conservatrice o riformista. Quando il valore della moneta nazionale precipita a livelli insostenibili, l'impatto è immediato e tangibile per la vita quotidiana, superando le divisioni ideologiche. Come sottolineato da analisi di istituti di ricerca focalizzati sul Medio Oriente, la pressione inflazionistica e la difficoltà nell'accesso ai beni essenziali agiscono come un catalizzatore universale del malcontento. La retorica del "crollo" si alimenta proprio di questi dati economici allarmanti, suggerendo che la base materiale del regime stia cedendo. Tuttavia, la capacità del sistema iraniano di assorbire e cooptare il dissenso economico, attraverso sussidi mirati o repressione mirata, ha storicamente impedito che queste crisi si trasformassero in una rivoluzione politica totale.
L'Ombra di Washington: L'Influenza delle Minacce Esterne
Un elemento costante nel dibattito internazionale sull'Iran è il ruolo giocato dalle dichiarazioni e dalle politiche degli attori esterni, in particolare degli Stati Uniti. Le affermazioni di figure politiche americane, come l'ex Presidente Donald Trump, che periodicamente invocano o prevedono la caduta del regime, hanno un duplice effetto. Da un lato, galvanizzano l'opposizione interna e la diaspora, offrendo una speranza esterna di supporto. Dall'altro lato, forniscono al regime di Teheran un potente strumento di propaganda interna. Il governo iraniano sfrutta queste dichiarazioni per dipingere le proteste non come espressione di un fallimento interno, ma come il risultato di una cospirazione orchestrata da potenze straniere ostili, in particolare gli "imperialisti americani". Questa dinamica esterna complica l'analisi interna, rendendo difficile discernere quanto il malcontento sia genuinamente orientato al cambiamento di regime e quanto sia strumentalizzato per fini geopolitici. L'analisi di think tank specializzati in sicurezza nazionale evidenzia come la retorica aggressiva spesso rafforzi, paradossalmente, la coesione delle forze di sicurezza fedeli alla Guida Suprema.
La Resilienza del Sistema: Cosa Manca alla "Rivoluzione"
Perché, nonostante le proteste diffuse e le crisi economiche croniche, la Repubblica Islamica continua a mantenere la sua presa sul potere? La risposta risiede nella complessa architettura del sistema di sicurezza e controllo. A differenza di altri regimi caduti, la struttura di potere iraniana è profondamente stratificata e dotata di strumenti di coercizione estremamente efficaci, come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). La sociologa Haleh Afshar, nelle sue analisi sulla resistenza civile iraniana, ha spesso sottolineato come il successo di una rivoluzione politica richieda non solo un vasto malcontento popolare, ma anche una frattura all'interno delle élite militari e di sicurezza. Finora, nonostante le pressioni, le forze di sicurezza hanno mostrato una notevole lealtà al vertice. Le proteste, pur essendo potenti manifestazioni di dissenso, rimangono frammentate per obiettivi e per aree geografiche, mancando di una leadership unificata e di un piano di transizione credibile che possa convincere settori chiave dello stato a voltare le spalle al regime. La narrazione del "crollo" è quindi spesso più un desiderio occidentale che una realtà imminente sul terreno, dove la resilienza autoritaria si scontra con la frustrazione popolare.
