Le proteste in Iran hanno raggiunto un punto di svolta. Per la prima volta, commercianti, studenti, lavoratori e giovani della Generazione Z si sono uniti in una rivolta che va oltre le rivendicazioni economiche, trasformandosi in una sfida diretta al regime teocratico. Con almeno sette morti e oltre 119 arrestati nei primi cinque giorni, la repressione si intensifica mentre la determinazione dei manifestanti cresce.
Quando il bazar si ribella: il segnale che cambia tutto
Le proteste iraniane non sono nate dalle università o dalle piazze, ma dal cuore economico del Paese: il grande bazar di Teheran, dove i commercianti hanno sceso in strada contro un nuovo e insostenibile record al ribasso del tasso di cambio. Questo dettaglio è cruciale per comprendere la portata della rivolta. I bazar iraniani sono storicamente conservatori, tradizionalmente allineati con il regime per ragioni economiche e culturali. Quando questi spazi si trasformano in epicentri di protesta, significa che il malcontento ha penetrato anche le strutture sociali più stabili e prevedibili.
Lo storico bazar di Teheran, considerato il barometro economico del Paese, è rimasto chiuso per giorni mentre i mercanti gridavano slogan apertamente antiregime. Questa saldatura tra commercianti, studenti universitari, sindacati, pensionati e giovani della Generazione Z rappresenta un'unità di intenti senza precedenti. La repressione sembra durissima, con le forze dello Stato che sparano sui manifestanti con munizioni vere in diverse città: da Teheran a Mashhad, da Isfahan a Kermanshah, fino al Khuzestan. Questo allargamento del fronte della protesta indica un cambiamento irreversibile nella società iraniana.
Quello che rende questa rivolta diversa dalle precedenti è proprio l'ampiezza della coalizione. Non si tratta più di una protesta settoriale o generazionale, ma di una convergenza di interessi e frustrazioni che attraversa trasversalmente la società. I commercianti del bazar, che per decenni hanno rappresentato una base di stabilità per il regime, ora scendono in piazza insieme agli studenti che nel 2022 avevano già dimostrato il loro potenziale di mobilitazione. Questa combinazione è particolarmente pericolosa per la stabilità del sistema.
Oltre l'economia: la sfida politica al regime teocratico
Mentre gran parte dei media occidentali ha inizialmente inquadrato le proteste come una reazione al carovita e al collasso economico, la realtà sul terreno è molto più radicale. vita.it In decine di città iraniane risuonano slogan espliciti contro la Repubblica islamica e la guida suprema Ali Khamenei, si bruciano simboli del regime, si sciopera nei bazar, le università vengono militarizzate e gli studenti arrestati</a>. Il ritorno di grida come "Morte al dittatore" non è casuale: rappresenta un'escalation dal punto di vista politico che va ben oltre le rivendicazioni economiche immediate.
La natura della protesta si è trasformata nel corso dei giorni. Quello che è iniziato come una manifestazione contro le difficoltà economiche si è rapidamente evoluto in una contestazione della legittimità stessa del sistema di governo. Gli slogan antiregime, l'attacco ai simboli della Repubblica islamica e la militarizzazione delle università indicano che i manifestanti non chiedono riforme all'interno del sistema, ma una trasformazione radicale della struttura politica. Questo rappresenta una minaccia esistenziale per un regime che ha fondato la sua legittimità sulla Rivoluzione islamica del 1979.
La dimensione politica della rivolta è confermata anche dalle reazioni internazionali. valigiablu.it Dopo la notizia delle prime vittime degli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti, la comunità internazionale ha iniziato a schierarsi, con inviti a una "transizione pacifica dalla tirannia alla democrazia e alla garanzia dei diritti umani"</a>. Questo supporto esterno, sebbene ancora cauto, rappresenta un elemento nuovo che potrebbe incoraggiare ulteriormente i manifestanti a proseguire la loro lotta.
La risposta del regime: repressione crescente e arresti di massa
Di fronte all'ondata di proteste, il governo iraniano ha adottato una strategia a due binari: da un lato, ha riconosciuto le "legittime rivendicazioni" dei manifestanti riguardanti le difficoltà economiche; dall'altro, si è preparato a una repressione senza precedenti. avvenire.it Durante i primi cinque giorni di proteste, almeno 119 cittadini sono stati arrestati, sette persone sono state uccise e almeno altre 33 ferite, con le proteste che si sono diffuse in almeno 32 città di varie province</a>. Questi numeri, sebbene ancora contenuti rispetto a episodi storici precedenti, indicano un'escalation della violenza.
La repressione non si limita agli scontri diretti nelle piazze. Le autorità hanno anche arrestato sette persone accusate di legami con organizzazioni anti-Teheran straniere, giustificando questa azione come necessaria per contrastare "gruppi ostili" che puntano a "trasformare le manifestazioni in violenza". Inoltre, il Centro per i diritti umani in Iran Abdorrahman Boroumand ha denunciato situazioni in cui la polizia ha "aperto direttamente fuoco" contro i manifestanti, sollevando interrogativi sulla proporzionalità della risposta governativa. In alcuni casi, come ad Azna nella provincia del Lorestan, tre persone sono state uccise e altre 17 ferite quando un gruppo di manifestanti ha "attaccato una stazione di polizia".
La militarizzazione delle università rappresenta un altro aspetto preoccupante della risposta del regime. Questo approccio mira a contenere la mobilitazione studentesca, storicamente uno dei motori principali del cambiamento in Iran. Tuttavia, la durezza della repressione potrebbe rivelarsi controproducente, alimentando ulteriormente il risentimento e la determinazione dei manifestanti. La sfida per il governo iraniano è mantenere il controllo senza spingere la popolazione verso una rivolta ancora più massiccia e organizzata.
Perché stavolta potrebbe essere diverso: i fattori che minacciano il regime
Questa rivolta presenta caratteristiche che la distinguono dalle precedenti ondate di protesta in Iran. La coalizione trasversale di attori sociali, la natura esplicitamente politica delle rivendicazioni e l'ampiezza geografica della mobilitazione creano una situazione di potenziale instabilità strutturale per il regime. A differenza del 2022, quando le proteste erano principalmente guidate da giovani donne e studenti, questa volta il movimento include anche settori economici tradizionali come i commercianti del bazar, che dispongono di risorse e reti organizzative consolidate.
Un secondo fattore cruciale è l'internazionalizzazione della questione. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere pronti a intervenire, mentre Israele ha iniziato a partecipare al dibattito con post e vignette. Sebbene il significato di questo "intervento" rimanga vago, la pressione internazionale potrebbe complicare ulteriormente la situazione per le autorità iraniane, che si troverebbero a gestire simultaneamente una crisi interna e una crescente attenzione globale. Questo elemento esterno potrebbe anche incoraggiare i manifestanti, che potrebbero percepire un supporto internazionale alla loro causa.
Infine, la determinazione dei manifestanti nel mantenere la mobilitazione nonostante la repressione suggerisce che il malcontento ha raggiunto un punto di non ritorno. Le proteste non mostrano segni di esaurimento, anzi si stanno diffondendo in nuove città e coinvolgendo nuovi settori della popolazione. Se questa dinamica dovesse proseguire nei prossimi mesi, il regime potrebbe trovarsi di fronte a una sfida alla sua legittimità più profonda di quanto non sia accaduto negli ultimi decenni. La combinazione di fattori interni ed esterni crea uno scenario di alta tensione che potrebbe determinare il corso politico dell'Iran per gli anni a venire.
